Billy e un’ode tragica alla complessità dell’umano

In Teatro

Al Teatro Franco Parenti fino al 13 aprile va in scena “Schegge di memoria disordinata a inchiostro policromo”. Un progetto dai toni cupissimi e di raffinata costruzione in cui Fausto Cabra e Gianni Forte rileggono un caso di cronaca, grazie a una interpretazione di straziante sincerità, squadernano i meccanismi della mente e le sue complesse architetture rendendole scena, come solo il teatro può fare

Quella del teatro della mente potrebbe sembrare una metafora retorica. A dimostrare quanto non lo sia ci ha pensato Gianni Forte che, su impuso di Fausto Cabra, che qui lascia i panni del prim’attore per debuttare in quelli di regista, porta in scena al Teatro Franco Parenti fino al 13 aprile “Scheggie di memoria disordinata ad inchiostro policromo”: un titolo evocativo e complesso per il precipitato teatrale di un caso certo noto agli appassionati del seguitissimo tre crime: quello di Billy Milligan, assolto per la prima volta nella storia della giustizia statunitense da tre accuse di stupro e rapina perchè ad agire era stato il complesso dis-equilibrio tra le 24 parti, indipendenti e in confltto, in cui il suo io si era frammentato per sopravvivere all’inenarrabilità di una vita di abuso. Nello spazio in cui il nome al quale rispondeva era stato ridotto a un sonno che sembra il prodotto di una favola cupa, era subentrata, insieme alla violenza, una fame di esistenza che non aveva idea di come prendere spazio nel mondo e – cosi facendo – finiva a far germogliare dal rifiuto un nuovo abuso.

Una vicenda multiforme come la psiche umana, che chiede di lasciar fuori dalla sala, innanzitutto, ogni manicheismo. Nella nebulosità del reale – come di una scena vuota – si sfuma il confine non tanto tra giusto e sbagliato (la colpa di Billy è autoevidente e provata) ma quello della misura con cui quella stessa colpa può (o non può) essere valutata.


E con esso, anche, il confine tra quello che siamo e la nostra rappresentazione (anche quella imposta da noi stessi) e tra quello che siamo e il modo in cui veniamo raccontati. Chi è davvero, Billy? Un violentatore seriale, un bambino abusato, un attore, una vittima o un colpevole: cinque, come le identità portate in scena? Nessuna e tutte queste cose insieme, e altre ventiquattro (e forse più) come le personalità (ci si passi quella che oggi è una imprecisione clinica)  che attraverso di lui agiscono o da cui è agito: il bambino spaventato, l’uomo brutale, il giovane fragile e burlone e – soprattutto – una donna in cerca d’amore da altre donne, le uniche di cui sente di poter avere fiducia. E siccome il confine da sfumarsi è anche – e forse soprattutto – quello che riteniamo più probabile che accada e la realtà, forse  non è il bruto che alza la voce e lancia tavoli di una asfittica stanza d’interrogatorio, ad agire la violenza.

Raffaele Esposito e Anna Gualdo in Schegge di memoria disordinata ad inchiostro policromo di Gianni Forte regia di Fausto Cabra

Violenza che, per altro, la regia di Fausto Cabra sceglie di non nascondere, pur metaforizzandola con la lingua del teatro: in un procedere via via più incalzante e denso di mezzi espressivi, sceglie per gli avvenimenti una narrazione che da descrittiva – di quel che accade, e dei meccanismi scenici e dei piani di lettura che la sosterranno, con un larghissimo uso dei video che provano, spesso, a mettere ordine tra avvenimenti e protagonisti – si fa sempre più asfissiante, disturbante e potente nei suoi effetti, quanto più sullo spettatore battono musiche rock a tutto volume, fasci di luce dritti negli occhi che ricordano a un pubblico solo formalmente esterno all’azione che non si può chiamarsi fuori dalla realtà, anche quella più truce, che pende sulla testa di ciascuno come una spada di damocle che oscilla a rinnovare in continuazione il senso del pericolo.


Billy è allora – come forse ciascun individuo – forse soltanto un pretesto di qualcosa che esiste attraverso di lui e del mondo che gli si muove intorno, e il febbrile scorrere del tempo verso un giudizio che dovrà essere scritto con un inchiostro necessariamente policromo, non è che quello del tempo delle tifoserie. Provare a dare forma artistica alle schegge della sua memoria e ai frammenti taglienti del suo io, e significa provare a dare una lingua teatrale alla complessità, che si incarna attraverso uno straordinariamente intenso Raffaele Esposito, limpido nel suo saper essere, con la stessa credibilità, spietato e dolcissimo. Lo ben sostengono Anna Gualdo ed Elena Gigliotti, chiamate a frammentarsi a loro volta, come pretende il teatro, nelle molte anime in cui la società specchia le fratture interiori: l’accusa, la difesa, chi come come una madre preferita per appartenenza e sopravvivenza preferisce non vedere, chi è troppo accecato dal dolore e chi non sarà mai capace di avvertirlo, e poi un ulteriore piano, quello ancora più esterno, nutrito di immagini e segmenti stereotipati come degli spot, che tuttavia sono il solo modo di leggere – con il distacco razionale dell’entomologo – o almeno provarci, gli effetti della distorsione: il crimine avvenuto come la frattura dell’io ormai diventata irreparabile.

Un lavoro convincente nell’inevitabile affanno che affida allo spettatore come una responsabilità. Nelle sue immagini senza sconti, da portare a casa e da usare, magari, come metro di misura della vita che non è più scena, perchè chiudere l’orrore in un ruolo è un sintomo di pavidità. In tempi come questi, per sopportare quello esterno, c’è forse bisogno di toccare il nostro buio. Del resto “il fondo è un posto così accogliente: almeno è stabile”.

Foto: Teatro Franco Parenti

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