Le Officine Bellotti aprono ufficialmente le porte alla città con l’inaugurazione della mostra Stagioni di caccia dell’artista palermitano Antonio Miccichè, artista che ritorna a Palermo dopo un lungo periodo di assenza trascorso tra Venezia e Torino. L’installazione, curata dallo storico dell’arte Sergio Trosi, presenta un corpus di oltre cento opere in cui il paesaggio continua a costituire il tema centrale.
Tarkovskij ne “Lo specchio” alterna immagini a colori e immagini in bianco e nero. Mi ripeto questa frase più volte, mentre sono al secondo piano della mostra di Antonio Miccichè. Sono andata alla mostra due volte e la seconda – per una coincidenza che fa il suo dovere e quindi fa coincidere – due giorni dopo essere stata al cinema a vedere “Lo specchio”, appunto. Come tutte le coincidenze che funzionano, questa mi ha permesso di vedere la mostra in maniera molto differente rispetto alla prima volta – altri fattori che hanno collaborato: la luce del giorno, e la solitudine.

Per spiegare questo cambio di prospettiva è necessario percorrere la mostra al contrario, non dal primo al secondo piano, ma viceversa. L’intuizione, infatti, è arrivata quasi alla fine della mostra, dopo aver percorso il piano superiore e aver guardato il susseguirsi dei piccoli disegni più volte. Il primo input è arrivato dal mio corpo che insisteva prima a muoversi velocemente, poi lentamente, poi ancora velocemente: e questi andamenti differenti hanno fatto si che il mio occhio percepisse i disegni come piccole impressioni di un viaggio, fotogrammi di un film che si anima grazie al mio diverso stare nello spazio.

E poi ecco che la mia mente va a Tarkovskij e inizia: ne “Lo specchio” alterna immagini a colori e immagini in bianco e nero. I disegni, i piccoli frame del film a cui sto dando movimento, sono alternativamente a colori e in bianco e nero, in bianco e nero e a colori, e le sensazioni che provo sono simili a quelle provate durante la visione del film. Passato e presente si mescolano, e con questi le sensazioni di sogno, ricordo, realtà, immaginazione, pare che il “film” di Miccichè sia costruito secondo questo registro: il paesaggio si infrange, diventa macchia, diventa lontano e poi improvvisamente vicino, ed è necessario vedere il susseguirsi dei disegni nella loro totalità: concentrarsi esclusivamente su uno o alcuni non creerebbe la macchina in movimento.

In quel momento capisco che il piano inferiore è una sorta di preparazione a questo cambio di registro; composto da disegni in scala di grigio, una nostalgica scala di grigio: se lo considerassimo ancora un film, sarebbe un film molto più lento e sognante, fatto di ricordi che si materializzano nelle piccole sculture che sembrano degli oggetti di scena che rendono tangibile questo tempo nostalgico, acuito dalle ombre che proiettano sulla parete.

“Stagioni di caccia” è una mostra, ma a suo modo è anche il girato di un viaggio di una persona solitaria che cerca nel paesaggio delle risposte, o delle domande, o semplicemente un’intuizione: e ci riesce.
Antonio Miccichè, Stagioni di caccia, Officine Bellotti, Palermo, fino al 13 aprile 2025
In copertina: Antonio Miccichè, dalla serie “Stagioni di caccia”, 2024, acquerello